Cosa vuole dire Fab City?

Le Fab City sono una rete globale di città in grado di produrre localmente. La rete è nata a Barcellona nel 2014, grazie a un’iniziativa dell’amministrazione comunale, che si è chiesta: sarebbe possibile produrre il 50% di tutto quello che serve alla città in città?
A questa call, il Fab Lab Barcelona ha risposto rilanciando: e se puntassimo al 100%? Significherebbe ripensare il nostro modo di vivere, consumare, spostarci oltre che produrre. È questo il cuore del progetto della Smart City come viene concepita a Barcellona. Ed è intorno a questa idea che altre città o realtà locali hanno iniziato a fare sistema. Le Fab City».

È un’utopia?

«L’idea può sembrare utopica. Ma è proprio per questo che unire le forze serve moltissimo. Un Fab Lab è solo un elemento di un eco-sistema in cui hanno un ruolo vitale: l’amministrazione pubblica, i cittadini, l’Unione Europea, le piccole imprese del territorio e anche alcune grosse aziende. E quando si mette insieme tutto questo sapere e potere si capisce abbastanza velocemente che creare un sistema di produzione diverso da quello attuale, più sostenibile dal punto di vista ambientale ma anche sociale ed economico, è possibile. La creazione di un circuito di Fab City, poi, è fondamentale per diffondere questo approccio sistemico capillarmente».

C’è il rischio che qualche formazione politica passatista consideri il vostro approccio come un ritorno all’autarchia del passato?

«Decisamente no. Perché sogniamo un’economia circolare, a produzione e consumo locale. Ma è qualcosa che solo un pensiero strutturato in maniera globale e sviluppato attraverso lo scambio culturale a tutto tondo può diventare realtà. Non a caso Barcellona è un centro high tech dove vivono tantissimi stranieri…»

Ma certo, quando parli di produzione locale, non ti riferisci – per esempio – alla produzione industriale pesante. Diciamo macchine o elettrodomestici…

«Noi pensiamo in un modo diverso. Non ci chiediamo: come possiamo costruire automobili in centro a Barcellona. Ma piuttosto: come possiamo permettere ai cittadini di spostarsi da un posto all’altro in città senza usare le autovetture? Partiamo, insomma, dall’analisi delle strutture lineari di produzione del passato e di tutti i fattori che ci hanno portati alla situazione in cui ci troviamo ora. Cioè con prodotti che hanno parti realizzate in un continente, che vengono poi assemblate in un secondo e poi venduti in un terzo. E poi, una volta compreso come, dove e perché produciamo in un certo modo, ci chiediamo come sarebbe possibile farlo in modo diverso».

Basta avere un Fab Lab per essere una Fab City?

«No. Ed è insito nella natura della Fab City – che è collegiale, multi-disciplinare, progettuale – che non basti. Ci muoviamo in un contesto fluido, in cui collaborano diverse realtà a seconda dei progetti. Non c’è Fab City senza un impegno delle amministrazioni, per esempio. Che forniscono i fondamentali spazi di lavoro. E non ci sarebbe Fab City senza le piccole e medie imprese che producono i materiali che servono per realizzare prototipi o sistemi. Né senza gli sviluppatori, gli scienziati, gli esperti in agricoltura, in gestione delle risorse idriche… La Fab City è prima di tutto una rete che permette di progettare il nuovo insieme».

Ma i Fab Lab hanno un ruolo importante nella Fab City, giusto?

«Sì. Perché sono il luogo di incontro di competenze diverse. E perché realizzano i prototipi che trasformano la città in un laboratorio di ricerca. Lo scopo è creare modelli diversi di produzione e di consumo. Non è un caso, del resto, che sia appena nata la Distributed Design Market Platform, un progetto finanziato dal Programma Creative Europe per promuovere la distribuzione del lavoro della comunità globale dei Fab Lab. Parliamo di 13mila tra maker, scienziati, artisti, ingegneri, educatori di tutte le età che lavorano in uno dei più di 1200 Fab Lab in 40 paesi».

Di che prototipi parliamo? Raccontiamo qualche esempio di cos’è la smart city pensata in questi termini: un luogo di economia circolare, produzione sostenibile e locale, connessione culturale globale e partnerariato da diverse forze creative.

«Lavoriamo moltissimo sulle strumentazioni digitali. Come i sensori del Grow Observatory. Li abbiamo distribuiti a un circuito europeo di coltivatori per raccogliere dati sulla qualità della terra. Unendo queste informazioni a quelle che ci arrivano da un drone che sorvola le piantagioni, dovremmo riuscire a perfezionare gli strumenti per l’analisi dell’umidità nelle aree coltivate a partire dai satelliti».

L’agricoltura che diventa digitale è parte della smart city?

«Assolutamente. Infatti abbiamo anche realizzato dei robot per le micro-fattorie (progetto ROMI) che liberano dalle erbacce e riducono il lavoro manuale del contadino del 25%. Il vero valore aggiunto di questi progetti non è però nel singolo device ma nella possibilità di mettere in rete i dati che i device raccolgono e utilizzarli per creare nuove soluzioni. Nel caso di ROMI, il robot raccoglie i dati sullo sviluppo delle piante nel tempo, con lo scopo di creare sistemi di monitoraggio agricoli su larga europea per permettere produzioni locali, biologiche e a costo contenuto».

È il principio dell’intelligenza artificiale: utilizzare una grande quantità di dati per realizzare macchine in grado di risolvere problemi specifici, progettate sulle effettive necessità delle persone… Ma in questo caso, al posto delle big corporation ci sono le Fab City. È così?

Esattamente.

Tratto dall’Articolo di Laura Traldi.